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GUASCO, [DI BISIO], FRANCESCO, Dizionario feudale degli antichi Stati Sardi e della
Lombardia (dall’epoca carolingica ai nostri tempi, 774-1909), Pinerolo, Tipografia già
Chiantore-Mascarelli, 1911, 5 voll., pp. compl. XVI-2370, Biblioteca della Società Storica
Subalpina, LIV-LVIII.

Tirata in soli 500 esemplari quest’opera monumentale e fondamentale per la storia- attraverso il filtro delle vicende feudali- delle famiglie, dei paesi, città, vescovadi, abbazie ed enti monastici dell’area studiata è divenuta molto rara e preziosa.

Secondo il Guasco in molti casi i vassalli che si affacciarono sulla scena della feudalità come “uomini nuovi”, nel corso dei secoli e ancora nel Sei-Settecento, potevano credibilmente anche se appartenevano a famiglie completamente prive di memorie nobiliari (in molti casi addirittura assenti non solo dai consegnamenti d’arme gentilizie del 1580 e 1614, ma anche da quello del 1687) riallacciarsi a casate già detentrici in epoca medievale di possessi feudali e poi decadute.

Ciò egli sostenne con forza, affiancato da altri studiosi, nel suo Dizionario e altrove. Nonostante quest’opera non sia esente da critiche (essenzialmente con riferimento ai secoli più remoti) la si può definire, salvo sviste inevitabili di fronte ad una mole tanto vasta di dati, incontrovertibilmente valida e precisa con riferimento ai secoli compresi in particolare tra il XIII e il XVIII.

In essa sono fornite notizie basate su precisi riferimenti documentali, estratti da innumerevoli archivi (talora oggi dispersi) riguardanti migliaia di famiglie e praticamente tutti i comuni del Piemonte, oltre a numerose luoghi feudali in essi compresi nonché a località e castelli oggi scomparsi.

Le considerazioni anteposte al quinto volume dell’opera restano fascinose e verosimili. In esse l’autore evidenzia che molte antiche famiglie feudali, impoverite dalla continua frammentazione dei patrimoni, finirono per confondersi rapidamente con le plebi urbane o con le popolazioni rurali

"Coll’andare dei secoli [...] non restò loro che un cognome – scrive Guasco – che ci è indizio della loro ben differente condizione sociale in più remoti tempi", alcuni, come scrive l’autore "[...] risorsero a più agiate condizioni sociali, e riacquistarono feudi o semplicemente titoli nobiliari. Se era ancora vivo il ricordo della loro origine primitiva, non fu necessaria e non fu richiesta dai Sovrani l’abilitazione per l’acquisto: in altri casi, pure per persone che le moderne ricerche hanno riattaccato in modo indubbio ai signori feudali del periodo anteriore alla seconda metà del XIII secolo, l’acquisto fu preceduto da decreti di abilitazione e perfino da decreti di concessione di nobiltà".

Per rendere un’idea del dibattito sviluppatosi attorno all’opera del Guasco, possiamo prendere ad esempio (tralasciando vari studiosi incondizionatamente favorevoli alle teorie del grande storico della feudalità sabauda, come Giuseppe Aldo di Ricaldone ) due posizioni divergenti.

Enrico Genta Ternavasio, nel quadro di un excursus bibliografico sulle classi sociali in Piemonte nel secolo XVIII, sottolinea soffermandosi in generale sull’opera del Guasco, le sue valenze anche sotto un profilo storico-giuridico.

L’autorevole storico del diritto scrive, infatti, che il Guasco "[...] accingendosi a compiere la 'summa divisio' tra nobiltà originaria e nobiltà acquisita, adotta un criterio non solo di diritto nobiliare, ma anche storico, particolarmente valido e cioè quello di distinguere nettamente le famiglie di nobiltà antichissima, anche se decadute [...] dalle famiglie di nobiltà acquisita: in tal modo [...] travalicando la storia 'recente' e cioè gli ultimi secoli, dimostra chiaramente di aver ben colto il fenomeno dei rivolgimenti nella nobiltà piemontese, quanto meno nei secoli XVII e XVIII[...]".

Detto questo, il Genta avverte che Guasco potrebbe essere stato mosso a questa precisa distinzione anche da un desiderio 'mondano' di ridimensionare talune famiglie del suo tempo per le quali "non nutriva soverchio affetto", consentendo a chiunque di inquadrarne la posizione storica con un colpo d’occhio. Ma anche così facendo lo studioso rivelava il proprio "sicuro intuito di storico e di saggista>".

Negativo invece il giudizio di Aldo A. Settia e di alcuni altri medievisti contemporanei che essenzialmente con riferimento ai periodi più lontani nel tempo contestano la validità delle teorie dell’autore. Non sarà fuori luogo ricordare quanto scrive sscegliendo un’angolazione ancora diversa Luigi Cesare Bollea, secondo il quale il criterio, il metodo e la validità della documentazione usati dal Guasco sono ineccepibili e oggetto di critiche solo per il loro rigore scientifico e severità: "[…] come il Litta, senza lenocini di mestiere né mendicare protezioni e sussidi dai grandi, ma sfidando invece l’odio e i risentimenti di molte famiglie, proseguì coraggiosamente l’opera sua, solo valendosi dell’aiuto spassionato di altri cultori quali il Capponi, l'abate Fabrizio Malaspina ed il Cancellieri; così [...] nel Dizionario feudale francamente ricordò origini alberghiere e bottegaie e discendenze bastarde da Principi e Sovrani, attirandosi l’ira e la maldicenza dei molti offesi dalla sua onestà storica demolitrice di leggende genealogiche […]" ("Bollettino Storico Bibliografico Subalpino", a. XXXII –1930- p. 483).

In ogni caso il valore dell’opera attorno al quale tutti concordano è la vastità delle informazioni riguardanti paesi e famiglie e la possibilità di ricavare da essa basi per studi non solo di storia feudale o storico-giuridici, ma anche onomastici e toponomastici.

La disponibilità a livello informatico di tanti dati può consentire una molteplicità di approfondimenti della realtà storica piemontese altrimenti impensabile.

Ringraziamenti

Pubblicazione on line resa possibile grazie al contributo della Fondazione CRT



Si ringrazia inoltre per la preziosa collaborazione

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Comitato promotore VIVANT

Fabrizio Antonielli d'Oulx
Gustavo Mola di Nomaglio